Vai all'evento: Daniele D’Acquisto - GoRe
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Gli artisti correlati: Daniele D’Acquisto
Il progetto di D’Acquisto presentato alla Gagliardi Art System, dal titolo “GoRe”, acronimo che sta per Golden Records, si articola attraverso una serie di realizzazioni, il cui leitmotiv sembra essere la riflessione sulle dinamiche percettive e conoscitive che gravitano attorno al concetto moderno di icona. Ci sembra che l’artista tarantino sia interessato più a come un’icona si propaga da un contesto all’altro che all’icona stessa, intesa non come mera immagine visiva, ma anche sonora, in quanto forse ciò che resta della sua accezione etimologica è l’idea di sacralità, benché laica, che la nostra cultura tende ad attribuire ad una serie di motivi riconosciuti ormai come simbolo di civilizzazione, e a cui il titolo e la sua declinazione cromata si richiamano.
Le icone in questione sono infatti una serie di “frammenti di suoni, di scienza ed immagini” (come ebbe a dire l’allora presidente Jimmy Carter) scelti e selezionati per essere registrati su un supporto rigido, il Voyager Golden Records, ovvero un disco per grammofono inviato nello spazio nell’ambito della missione Voyager nel 1977 e sul quale una commissione decise di registrare un gran numero di suoni animali e naturali, oltre a una serie di 115 immagini.

Daniele D’Acquisto, Johnny B. Good (stereo)
Ma piuttosto che riproporre l’apparenza di questa icona divenuta ormai retaggio comune, D’Acquisto mira a ricrearne l’effetto e la presenza, trasfigurandola però in un medium diverso da quello d’origine e con materiali e tecniche che è difficile aspettarsi.
Ci troviamo così davanti ad accattivanti sculture in legno sbiancato, dalle forme avvolgenti e turbinose, che scopriamo poi essere il tentativo di tradurre fisicamente la propagazione del suono o gli stessi giri del grammofono, ovvero la materializzazione visiva del vecchio pezzo cult del 1958 “Johnny B Goode”, inserito anch’esso nel Golden Records a testimonianza dei prodotti della civilizzazione umana, qualora la navetta del programma Voyager avesse raggiunto, ipoteticamente entro 60.000 anni, altre forme di vita fuori dal sistema solare.L’azzardo che genera questa traduzione inedita ci riporta ad una sorta di verginità conoscitiva, a una visione priva di coordinate se non quelle fornite dai titoli e dall’incrocio sensoriale, che richiede un vero e proprio sforzo di comprensione: il commento sonoro e ancor prima quello didascalico ci aiutano infatti a ripercorrerne il portato simbolico. Così pure “I have a dream”, altra scultura, altra registrazione e altro titolo che riprendono l’incipit del celeberrimo discorso pronunciato nel 1963 da Martin Luther King, intimamente connesso tra l’altro al testo della canzone di Chuck Berry, il quale avrebbe sostituito l’espressione “ragazzo di colore” con “ragazzo di campagna” per evitare l’ ostruzionismo radiofonico.Quando l’iconografia diventa ermeneutica, volendo parafrasare R. Klein.

Daniele D’Acquisto, Yoda
E se è vero che la tecnica è un modo di fare o dire qualcosa, l’artista delega alla materia la funzione di veicolare il messaggio in modo del tutto imprevedibile e in una forma che ci mette davanti al fatto compiuto della sua metamorfosi, ma ci lascia, anzi ci obbliga a ripensare al nostro modo di affrontare le dinamiche della comunicazione e gli slittamenti di senso. È un’implicita critica alla consuetudine che porta all’oblio del significato storico di eventi e immagini, di simboli e icone, nella fattispecie svuotate di contenuti, perché decontestualizzate e prive di agganci al reale, in qualche modo “Out of time” o in una sorta di “Permanent Eclipse”, come recitano i titoli di altre sculture presenti in galleria.
Ciò che resta è una ruvida evidenza, una patina dura e in qualche modo impenetrabile, che se pur interrogata sembra restare muta e indolente: impossibile quindi risalirne l’eziologia, senza l’apporto di titoli e registrazioni.
Così in modo analogo, anche i ritratti di “W.I., Spock” e “W.I., Yoda”, realizzati con carta intagliata e smaltata su legno (non a caso medium preferenziale delle icone bizantine) rappresentano personaggi diventati icone nell’immaginario collettivo, ma di cui forse non tutti ricordano il contesto mediatico di partenza, in questo caso Star Wars.
L’artista non tralascia infine di soffermarsi su altri simboli della nostra contemporaneità, da una parte erbacce e relitti, “Weed” e “Wreckage”, dall’altra i “Deserts”, gli uni opachi ritagli di carta stratificati su legno di difficile comprensione ottica se non ad una certa distanza, gli altri luminose superfici in plexiglass su una distesa di acrilico tanto mutevole che vien la voglia di scorrerla minuziosamente con lo sguardo; a conti fatti però entrambi i medium, che si caratterizzano per l’estremo biancore, e forse proprio i virtù di questo, richiedono un pronto riposizionamento del punto di vista, necessario per visualizzare la trasposizione e leggere la metamorfosi.
In copertina: Daniele D’Acquisto, Deserto 9


