Genio è l'uomo capace di dire cose profonde in modo semplice. (Charles Bukowski)


lunedì 22 febbraio 2010

Fiat Group Bilancio di Sostenibilità 2008

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giovedì 21 gennaio 2010

«Zelig», la risata piegata al business

A FIL DI RETE


Non è il singolo comico che strappa la risata, è la bottega che fa spettacolo, è il brand

Claudio Bisio e Vanessa Incontrada
Claudio Bisio e Vanessa Incontrada
Confesso che l’aspetto che più mi affascina di «Zelig»
non è quello comico ma quello imprenditoriale. Mediaset ha tirato fuori la vera anima di Gino&Michele e Giancarlo Bozzo. Hanno messo su un’industria coi fiocchi, da apprezzare in tempo di crisi. Producono risate. E i comici, si sa, sono come il buon vino, vanno ad annate. Però, ogni tanto, è sufficiente lanciare un Checco Zalone e l’impresa è salva. Senza bardature ideologiche, senza Emergency, senza il corredo di cattiva coscienza che spesso ha accompagnato e accompagna le imprese di molte persone di sinistra, «Zelig» dà il meglio di sé se lo si analizza come macchina, come progetto, come azienda.

Lo show ha trovato un formidabile capocomico o capo-officina in Claudio Bisio, una deliziosa assistente di volo in Vanessa Incontrada, un format ormai clonato da altre trasmissioni (la sfilata di comici contingentati nel tempo e contrassegnati da un tormentone immediatamente reiterabile dal pubblico in sala), una giusta calibratura tra comicità di stampo settentrionale (tradizione storica del cabaret) e omaggio al Sud, secondo il classico schema inaugurato dagli sceneggiatori dei film neorealistici. In «Zelig» non è il singolo comico che strappa la risata (succede anche questo), è la bottega che fa spettacolo, è il brand. Quella bottega e quel marchio che si traducono nel programma, ma anche in serate teatrali, libri, partecipazioni, sagre. Quella bottega e quel marchio che fanno da cuscinetto anche ai meno dotati: Teresa Mannino è brava ma se pensa di far ridere raccontando le avventure di neo-mamma sappia che ai giardini Montanelli o al parco delle due Basiliche o davanti a un asilo nido ci sono mamme che si esibiscono davanti a 4 amiche e fanno racconti molto più spiritosi. Aver piegato la risata al business, averle tolto l’aura di gratuità, questa la vera invenzione di «Zelig».

Aldo Grasso
21 gennaio 2010

venerdì 15 gennaio 2010

New York, venduta a una cifra record la casa più stretta della Grande Mela

VI HANNO ABITATO PERSONAGGI COME CARY GRANT, E LA POETESSA EDNA ST VINCENT MILLAY

L'abitazione, larga 2,9 metri e profonda 9, ceduta per 2,1 milioni di dollari

La «casa più stretta della Grande Mela» nel Greenwich Village, New York
La «casa più stretta della Grande Mela» nel Greenwich Village, New York
MILANO -
A New York tutti la conoscono come «la casa più stretta della Grande Mela» e sebbene le sue dimensioni siano davvero anguste, continua ad affascinare chi è alla ricerca di un'abitazione piccola e carina. È stata venduta, scrive il Guardian, per la cifra record di 2,1 milioni di dollari (quasi un 1, 5 milioni di euro) la casetta a schiera di Bedford Street, nel Greenwich Village, in cui hanno abitato celebri personaggi del passato come l'attore Cary Grant, l'antropologa Margaret Mead e la poetessa Edna St Vincent Millay. La casa, che è completamente dipinta di rosso e che era stata messa sul mercato lo scorso agosto a un prezzo ancora maggiore (gli ex proprietari speravano di ottenere oltre 2,5 milioni di dollari), è composta da due camere da letto e da due stanze da bagno. Larga 2,9 metri e profonda 9, nel 2000 fu acquistata dagli ex proprietari per 1,6 milioni di dollari.

COSTRUZIONE OTTOCENTESCA - Secondo quanto narrano gli archivi del «Greenwich Village Society for Historic Preservation», associazione no profit impegnata a preservare l'architettura e gli edifici del celebre quartiere newyorkese, l'abitazione fu costruita nel lontano 1873 durante una terribile epidemia di vaiolo. Al suo posto vi era un vicolo stretto che di solito era attraversato dalle carrozze dirette verso le case che ancora oggi si trovano alle spalle di questa bizzarra dimora. Prima che il Greenwich Village divenisse un quartiere alla moda e i prezzi delle case schizzassero alle stelle, quest'abitazione ha ospitato gente di diverse classi sociali ed è stata più volte riadattata alle esigenze dei proprietari. Ad esempio nei primi decenni del novecento è stato la bottega di un venditore di scarpe e più tardi è diventato un negozio di caramelle.

CENTRO BOHEMIEN - Il cambiamento radicale arriva intorno al 1920. Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale i primi poeti e scrittori americani bohémien invadono il quartiere newyorkese e nomi illustri affittano le dimore circostanti. Anche la casa più stretta del mondo diventa uno dei centri della vita culturale del tempo e qui arriva Edna St Vincent Millay, la prima poetessa americana a vincere il Pulitzer per la poesia nel 1923. Quando la Millay, ormai famosa, si trasferirà in abitazioni più grandi e confortevoli, altri personaggi destinati a diventare celebri come gli attori John Barrymore e Cary Grant l'abiteranno. Infine nel 1950 un illuminato avvocato di New York, pur di evitare la demolizione della singolare dimora, deciderà di comprarla. Naturalmente i nomi dei nuovi proprietari non sono stati resi noti. Tuttavia sembra che essi non intendano vivere nella «casa più stretta del mondo». Secondo quanto narrano alcuni siti d'informazione americani, l'abitazione sarà affittata al più presto per un prezzo non inferiore ai 10.000 dollari al mese.

Francesco Tortora
15 gennaio 2010

ARTE ILLEGALE LA STREET ART, DAI GRAFFITI AGLI STENCIL

dagospia.com


ARTE ILLEGALE - LA STREET ART, DAI GRAFFITI AGLI STENCIL, DAL BRITANNICO BANSKI AI ROMANI STEN&LEX, QUALCOSA SUCCEDE IN CITTÀ MA NESSUNO SA BENE COSA – "È UN'ARTE NUOVA, NOI STESSI NON SAPPIAMO BENE COSA STIAMO FACENDO. I NOSTRI RITRATTI SONO COMPOSTI DA PUNTI, PIXEL, E LINEE CHE HANNO LETTURE DIVERSE A SECONDA DELLA DISTANZA DA CUI LI SI OSSERVA. I DETTAGLI DEL PASSATO SONO RESI MONUMENTALI PER OMAGGIARE GLI AVI DELLO STENCIL, GLI INCISORI”...

Da Il Fatto

Difficile beccarlo e comunque: solo al telefono. Si fa chiamare Sten e dice di avere tra i 25 e i 35 anni. L'anonimato per lui, come per chiunque fa arte illegale, è fondamentale. Stiamo parlando dell'inventore di una particolare tecnica di stencil graffiti, quella su carta velina.

STEN&LEX - STENCIL - STREET ART 2- LANIFICIO DI NAPOLI (FOTO BY VALENTINA VANNICOLA)

Lei è riconosciuto internazionalmente come il rappresentante italiano della street art, come ha cominciato? "Dopo un viaggio in Islanda dove ho lavorato con un artigiano che decorava case con lo stencil. Tamponavo i muri della mia città con personaggi pop e b-movies per creare un tag riconoscibile. Poi ho cominciato a personalizzare sempre di più i miei segni urbani".

STEN&LEX - STENCIL - STREET ART 2

Trovando il gesto artistico: difficile lavorare rischiando l'arresto ? "La condizione fa parte dell'opera". Anche ora che ha uno studio, che espone in tutto il mondo? "Lo stile non è solo nel prodotto artistico, è anche uno stile di vita. E poi l'anonimato permette alle persone di sviluppare un immaginario mitico sull'artista che aiuta l'opera ad esprimersi".

STEN&LEX - STENCIL - STREET ART 1

I suoi filtri? Allo studio di Roma (v. dei Piceni 1) condivido gli spazi con un'associazione: dicono ai clienti che non ci siamo, di parlare con loro". Siamo chi? "Io e Lex siamo un artista unico, le nostre firme sono il logo con cui siamo riconosciuti in giro per il mondo". E nelle gallerie come fa? E con l'amministrazione? "Non ci presentiamo mai alle inaugurazioni. Per i pagamenti mi faccio versare sul conto di mio cugino". Quanto? "Un 50x70 va sui 700, un 2mx2 sui 10 mila".


STEN&LEX

Cifre raggiunte dopo il 2008, quando Sten e Lex furono invitati a Londra dal mitico Banksy, il più famoso street artist del mondo, che aveva affittato un tunnel di Waterloo Station per uno show di due giorni ("Can's Festival": "La Santa" di Sten e Lex fu dipinta a fianco al "Buddha" di Banksy davanti a 56 mila persone) dove i più grandi artisti di strada si esibivano dal vivo: "Fummo chiamati per aver inventato la tecnica su carta velina, molto resistente".

POP UP 2009 ANCONA - STEN & LEX

Anche i prossimi appuntamenti non scherzano : "Stiamo lavorando per l'esposizione a New York, dopo l'estate. Il confronto con l'artista Gaia è una sfida enorme. Porteremo anche noi dei poster". Nuova tecnica? "Prendiamo legni ammuffiti su cui attacchiamo i poster dipinti a mano e poi li strappiamo o li invecchiamo per evidenziare la decadenza tipica dell'arte di strada". Prima però Roma (Galleria Co2, il 12 marzo) e Parigi (Galerie Itinerrance, aprile): "Chi vuole vedere le nostre opere ora può venire nella capitale, siamo nella galleria Love and Dissent di via Leonina 85".

COPERTINA MUCCHIO BY STEN&LEX

Cosa dice la critica? "Parlano bene ma noi siamo restii, è un'arte nuova, noi stessi non sappiamo bene cosa stiamo facendo. Non ci piace essere incanalati in un genere quando ancora stiamo cercando. Adottiamo nomi di critici inesistenti per parlare in prima persona". Per esempio? "I nostri ritratti sono composti da punti, pixel, e linee che hanno letture diverse a seconda della distanza da cui li si osserva. E' la tecnica Hole School. I dettagli del passato (p.es. le illustrazioni di Gustave Dorè) sono resi monumentali per omaggiare gli avi dello stencil, gli incisori". Per i curiosi: http://www.flickr.com/photos/-sten-/ .

STEN&LEX - STENCIL - STREET ART

PENSIERO STUPENDO

"Siamo buoni a nulla, ma capaci di tutto."
(Jim Morrison)

giovedì 31 dicembre 2009

La decrescita felice, le avventure dello yogurt e l' etica aristotelica

INFORMARE PER RESISTERE: La decrescita felice, le avventure dello yogurt e l' etica aristotelica

La decrescita felice, le avventure dello yogurt e l' etica aristotelica
- di Cesare Del Frate -

Un giorno un vecchio pianeta, durante i suoi viaggi, incontra la Terra che non aveva visto da alcuni milioni di anni. E le fa: “come stai?”. La Terra risponde: “non mi sento molto bene, credo di avere una malattia mortale”, “e come si chiama questa malattia?”. “Si chiama umanità”,

“Ah – conclude il vecchio pianeta –, anch’io l’avevo presa alcuni milioni di anni fa. Ma guarisce da sola, si autodistrugge”.

Hubert Reeves, scienziato francese, amava raccontare questa favola per ironizzare sulla follia di pensare solo all’oggi senza rendersi conto che stiamo precipitando verso il baratro. Il movimento della decrescita felice si propone non solo di risvegliare la nostra coscienza intorpidita – non c’è più tempo! dobbiamo fare qualcosa ora! –, ma soprattutto di elaborare un altro modello di vita e persino di economia. Si, tutto parte dalla preoccupazione per il futuro della vita sulla Terra, eppure quello della decrescita non è l’ennesimo movimento ecologista: ha implicazioni molto più ampie, che vanno dalla qualità delle relazioni umane all’etica della lentezza, ripensa insomma la società e la cultura stesse.

La dittatura del PIL
Basta col PIL! Quante volte l’abbiamo pensato, sentendo per la milionesima volta lo speaker del TG annunciare “nuove” misure per favorire la crescita? Qualsiasi altro problema o esigenza viene sempre dopo, equità, giustizia, salute, ambiente, tutti i beni comuni sono in fila dietro l’imperativo della crescita: se avanzeranno risorse e tempo penseremo anche a loro, ma ora non disturbateci, dobbiamo occuparci di fare più soldi.

Perché di questo si tratta, di soldi, non fatevi ingannare dai termini astrusi, prodotto interno lordo, perché il prodotto in questione viene misurato con l’unico metro del denaro, del volume finanziario. Come nota maliziosamente Serge Latouche, il più influente sociologo e filosofo della decrescita, un incidente automobilistico fa aumentare il PIL, perché fa spendere per la riparazione e per le cure mediche. Se un incidente, che nulla produce se non una movimentazione di soldi, è un fattore di “crescita” economica, forse c’è qualcosa di sbagliato.

Le avventure dello yogurt
Per farci capire la decrescita felice, Maurizio Pallante, suo esponente di spicco in Italia, ci racconta la storia dello yogurt. Quello prodotto industrialmente percorre dai 1.200 ai 1.500 chilometri prima di arrivare nei nostri frigoriferi, costa 5 euro al litro, viene confezionato in vasetti di plastica monouso e altamente inquinanti, subisce trattamenti di conservazione che spesso uccidono i batteri da cui è stato prodotto. Lo yogurt autoprodotto, tramite l’utilizzo di colonie batteriche che facciano fermentare il latte, non viaggia su gomma, non ha confezioni o imballaggi, è ricco di batteri benefici per la flora intestinale, costa quanto il latte, non ha conservanti e, cosa non trascurabile, è più buono.

Lo yogurt autoprodotto non fa crescere il PIL: non passa attraverso una transazione economica, né fa aumentare la domanda di merci, dal petrolio per i trasporti alla plastica per gli imballaggi. Non alimenta nemmeno l’economia dei rifiuti: non c’è nulla da smaltire o buttare in una discarica. Insomma, un vero e proprio disastro per la crescita!

Eppure abbiamo prodotto un bene, lo yogurt appunto, che ha anche una serie di esternalità positive: diminuisce l’inquinamento, fa bene alla salute, è più buono. Questa semplice realtà è invisibile per i parametri sclerotizzati che definiscono il PIL: lo abbiamo visto, solo il denaro conta, tutto il resto è niente.

Basta l’autoproduzione?
Quando leggiamo che il tal paese africano ha un reddito pro capite di 2 dollari al giorno rimaniamo trasecolati. Come si fa a sopravvivere con così poco? Scandalo! Siamo così assuefatti all’ideologia del mercato che non ci sfiora neanche l’idea che magari in quel paese non sono tutti morti di fame costretti a sopravvivere malamente con 2 soldi bucati, perché si autoproducono ciò di cui hanno bisogno: coltivano e allevano per mangiare, tessono per vestirsi, si rimboccano le maniche per costruirsi case e strade. Al contrario, i “morti di fame” sono proprio coloro che sono stati sbalzati fuori da questi ecosistemi sociali autosufficienti, perché magari i loro campi se li è comprati una big company per farci una bella coltura estensiva da esportazione, e ora si ritrovano a dover comprare sul mercato ciò che prima si facevano da soli. Come è successo ai famosi “contadini senza terra” brasiliani, come succede nelle comunità rurali indiane, ce lo racconta l’attivista Vandana Shiva.

Nella maggior parte delle culture non occidentali l’autoproduzione copre una fetta amplissima delle economie locali, creando un delicato quanto complesso equilibrio fra la soddisfazione dei bisogni individuali e collettivi e la preservazione e rigenerazione dell’ambiente e delle risorse naturali. Con ciò non voglio dipingere un quadro idillico delle economie non di mercato, perché qui abbondano i rischi di crisi per scarsità di beni e mille altri problemi. Vorrei invece mostrare come il movimento della decrescita felice, in un certo senso, non faccia altro che riscoprire quella saggezza tradizionale secondo cui l’economia è qualcosa di molto più vasto dell’angusto scambio monetario, e che ben sa quanto sia essenziale la relazione simbiotica fra l’uomo e l’ambiente, un rapporto da curare con saggezza affinché la natura continui a fornirci risorse, potendo al contempo rigenerarle.

C’è qualcosa della phronesis aristotelica in questo atteggiamento, cioè la saggezza di non cercare la felicità nell’abbondanza, nell’abboffarsi di cose, perché la felicità sta nel curare sapientemente l’equilibrio fra desideri, piaceri e mezzi per soddisfarli.

Tuttavia, è ingenuo pensare che l’autoproduzione, da sola, costituisca la soluzione. La decrescita felice si concentra quindi anche su altri aspetti: la felicità, la distribuzione dei beni, la riconversione economica e dei mezzi di produzione.

Produrre meno per vivere di più, e meglio
Quella della crescita a tutti i costi, se ci si pensa, è una vera ossessione. Cioè, letteralmente, la frenesia compulsiva di continuare imperterriti a fare qualcosa di cui non abbiamo nessun bisogno. Bere un bicchiere d’acqua per dissetarsi è un conto, scolarsi di seguito e tutto d’un sorso tre caraffe ricolme ha qualcosa di maniacale, di ossessivo appunto. Lo stesso vale per la crescita: non ci mancano i beni, produciamo già in sovrabbondanza tutto ciò di cui abbiamo necessità, eppure ci siamo intestarditi a voler produrre ancor di più. Più soldi, più merci, con il conseguente più inquinamento, maggiore sperpero di risorse non rinnovabili, consumo di suolo, peggioramento della qualità della vita. Un circolo vizioso da cui non vogliamo uscire, perché siamo talmente ipnotizzati dal fondamentalismo del mercato da credere non ci siano alternative.

La decrescita è un’alternativa, non dico quella giusta, ma almeno è un inizio per cominciare a riflettere ed interrogarci. La decrescita parte da una constatazione “rivoluzionaria” nella sua banalità: produciamo già enormemente più di quanto abbiamo bisogno, il problema non è creare altre merci ma distribuire bene, cioè equamente, quelle già esistenti. E non solo, perché l’attuale livello di sfruttamento delle risorse è insostenibile: da qui la necessità di decrescere. Valorizzando la produzione locale, l’autoproduzione, il baratto, il riuso, il riciclo, la condivisione, la bicicletta e la mobilità intelligente, l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili. Per vivere di più, perché così smetteremo di essere vittime dell’inquinamento, e meglio, cioè meno logorati dagli imperativi della crescita ossessiva.

Felicemente decrescere
All’inizio si parlava solo di decrescita, poi il movimento vi ha affiancato l’aggettivo felice: perché? Si avvertiva l’esigenza di sfatare un pregiudizio, quello che vede nella decrescita un triste e moraleggiante richiamo all’austerità e alla parsimonia. I detrattori dipingono chi abbraccia la decrescita come persone grigie, chine a lavorare nell’orticello per poi cucinarsi un’insipida minestra, le mani affaticate dal cucire, ricucire e rattoppare vesti di lana grezza fatte in casa a lume di candela. Insomma, gente deprivata dei rutilanti vantaggi promessi dal consumismo di massa.

Naturalmente, la realtà della decrescita è un’altra: non ritorno a un passato pretecnologico, bensì l’impiego delle migliori invenzioni al servizio dell’economia e della vita quotidiana. Mentre il fondamentalismo del mercato ci propina tecnologie obsolete come le macchine a petrolio o il nucleare, esalta forme di sviluppo primitive come l’espansione edilizia e la cementificazione, si impantana in un’agricoltura grandiosa quanto inefficiente, vale a dire le colture estensive coniugate a pesticidi, diserbanti e ogm, imbriglia lo sviluppo scientifico e culturale nella gabbia dei diritti di proprietà intellettuale, la decrescita guarda ai ritrovati più sofisticati, l’eolico e il geotermico, internet, alle modalità di organizzazione del lavoro più avanzate, vedi l’open source, ai saperi aperti e dinamici, da Wikipedia al software Linux, a metodi raffinati e complessi di tutela della biodiversità e promozione della sostenibilità, cioè la produzione locale, i mercati a km zero, il rapporto diretto fra coltivatori e consumatori.

Altro che tristezza e austerità! La decrescita è felice perché non è una rinuncia né un’automortificazione, ma una via innovativa per attraversare le difficoltà dei nostri tempi, in accordo con l’etica della lentezza e la ricerca della felicità. Uno sguardo alternativo che ci interroga sul senso di ciò che facciamo: dopo le 8 ore giornaliere di lavoro, e tutto il tempo dedicato al consumo compulsivo in fila al centro commerciale, quanto spazio abbiamo lasciato alla felicità, alla cura degli affetti, alla convivialità? Ripartiamo da qui, riflettendo sull’intersezione fra problemi individuali e strutturali, fra lo stress quotidiano e la frenesia dei mercati, dall’esigenza di riformare contemporaneamente le regole dell’economia e gli stili di vita.


http://www.reportonline.it/2009123039747/economia/la-decrescita-felice-le-avventure-dello-yogurt-e-l-etica-aristotelica.html

martedì 22 dicembre 2009

Alla francese


 

L' ultima griffe di moda, il design, i film in lingua originale, le scarpe piu' in. Senza dimenticare profumi, librerie, ristoranti, decor. Tra avantgarde e tradizione, guida dettagliata all' "art de vivre"


 

Alla francese L' ultima griffe di moda, il design, i film in lingua originale, le scarpe piu' in. Senza dimenticare profumi, librerie, ristoranti, decor. Tra avantgarde e tradizione, guida dettagliata all' "art de vivre" A Milano negli ultimi tempi oltre all' onnipresente profumo al sapone di Marsiglia (ultima moda dilagante, dal bucato al bagnoschiuma), si respira anche una curiosa aria di Francia. Auchan, Arnaud, Hachette... solo per citare i nomi "grossi". Dall' alta finanza al decor provenzale, Milano - terra di moda, editoria e business - pare piacere ai francesi e insieme a loro vive un' appassionata e conflittuale liaison (dangereuse?) fatta di reciproche seduzioni. Del resto la nostra citta' ha sempre esercitato il suo fascino speciale sui francesi. Lo sapevate che uno di loro, Henry Beyle, conosciuto come Stendhal, che visse per un periodo a Milano, volle che sulla sua tomba fosse scritto solo: "Henry Beyle, milanese"? E che viceversa le carte da gioco utilizzate in Lombardia sono francesi? Se da un lato c' e' , innegabile, una certa rivalita' tra italiani e francesi e' anche vero che si tratta di un "gran bel duello" in fatto di cucina, vini, formaggi e, naturalmente, moda, insomma nell' art de vivre. E sebbene Jean Cocteau sostenesse con sarcasmo che "i francesi sono degli italiani di cattivo umore", siamo convinti che - anche ammesso fosse vero - i francesi possano fare comunque molto per il loro umore consolandosi con il loro invidiabile patrimonio culturale. Partendo dalla lingua cosi' ... charmante. Sono tante infatti le parole francesi in uso nel mondo, con quei suoni che sanno evocare qualcosa di esclusivo e raffinato: charme, griffe, maison, boutique, croissant, ma anche collant (e persino toilette!) hanno un suono elegante. Vale dunque la pena di scoprire quanta Francia c' e' a Milano, confrontando i diversi sapori, gusti e abitudini, in virtu' proprio del celebre motto francese "vive la difference". Champagne e fois gras purche' rari Il nostro piccolo tour in citta' potrebbe partire dagli squisiti "fromages". Con oltre 50 tipi di formaggi francesi Peck e' tra i luoghi piu' forniti. Qui potrete provare tante qualità di Roquefort, di Coulomnies, di Camembert, vari tipi di Brie e di Fougerus. Oppure optare per i formaggi di capra, fiore all' occhiello della produzione francese, per esempio la Truffe' di capra con tartufo (7 mila la porzione da 55 grammi). Vasta la selezione di vini: dai grandi Bordeaux (Pomerol,
Medoc, St. Emilion, Sauternes, in media 150 mila lire alla bottiglia) ai vini della Borgogna (C - ote de Nuit, C - ote de Beaune, prezzi dalle 60 mila lire ai 3 milioni e oltre del pregiatissimo Romanee - Conti). E il fois gras? Curiosita' : Peck acquista fegati crudi da Strasburgo e provvede poi alla preparazione. (Peck, via Spadari 9, tel. 02.86.46.11.58).

Un altro indirizzo prezioso
e' la salumeria - gastronomia
Il Nuovo Principe (via Senato 2, tel. 02.76.00.02.65; via Turati 38, tel. 02.65.55.992) che vanta oltre 40 formaggi francesi. Da provare poi le squisite "terrine" o il fois gras fresco di Fauchon venduto a peso (75 mila all' etto) magari da abbinare a un Sauternes (sulle 50 mila a bottiglia).

E a proposito di Fauchon, chi non conoscesse il tempio della gastronomia parigina puo' sbizzarrirsi allo Spazio Gourmet all' 8o piano del Coin di Piazza V Giornate, ricco di prelibatezze Fauchon. Da innaffiare ovviamente con vini francesi. Ottimi i Bordeaux (Medoc, St. Emilion, Margaux) i vini della Borgogna: i rossi della C - ote du Rh - one e i bianchi rinomati come lo Chablis (perfetto con le ostriche), il P - oilly Fume' , il Sancerre... E perche' non provare anche i Riesling e i Pinot Gris alsaziani?

Tra gli indirizzi piu' forniti: Vino Vino che ha diversi punti vendita tra cui corso San Gottardo 13, tel. 02. 58.10.12.39 e viale Pasubio 6, tel. 02. 65.54.246. O ancora Eno Club, via Friuli 15, tel. 02. 55.18.90.92 e le Cantine Isola (via Paolo Sarpi 30, tel. 02. 33.15.249).

Discorso a parte per l' enoteca Cotti
(via Solferino 42, tel. 02.29.00.10.96) che punta sulla Francia di champagne rari ed esclusivi come Henriot, Billecart
Salmon, Ruinart, Krug, Pol Roger. Dove trovare anche oltre 50 qualita' di Cognac, 60 tra
Armagnac e Bas Armagnac, una quarantina di Calvados e una vasta scelta di distillati francesi di frutta.

Se siete a caccia di inedite curiosità alimentari provate le nuove marmellate provenzali ai petali di violetta o di rosa e al kiwi in vendita da Gourmet House, via Ponte Vetero 6, tel. 02.72.02.31.31. Nello stesso negozio c' e' un' altra chicca: il prelibato fois gras di Hediar. Se volete regalare un te' chic da 10 Corso Como (corso Como 10 tel. 02. 29.00.26.74) troverete i te' della celebre Maison parigina Mariages Freres. E gia' che ci siete date un' occhiata ai bon bon al te' e allo zucchero. Sempre da 10 Corso Como potrete trovare le antiche ciprie Le Clerc nella scatola di alluminio e ammirare la nuova collezione di abiti di Courreges, storica griffe parigina. Irresistibile cr - epe in mille versioni

Un altro cult francese e' senza dubbio la crepe, una sorta di piadina sottile, originariamente a base di farina, zucchero, uova, latte, acqua di fior d' arancio o rhum. Negli anni la crepe si e' evoluta e noi italiani l' abbiamo rivisitata in mille versioni. Volete provarla tartufata al cinghiale? O nella versione ai frutti di bosco e Grand Marnier? L' indirizzo e' Creperia Caffe' Vecchia Brera, via Dell' Orso 20, tel. 02.86.46.16.95 (con un locale identico in via Ludovico il Moro 11, tel. 02. 813.77.59). In entrambi i luoghi potrete sbizzarrirvi tra 50 tipi di crepe dolci o salate. Se amate la formula "prendi e porta a casa" c' e' Per Fame o per Passione, un piccolo locale in via C. Correnti 21 (tel. 02.837.57.08) che vanta 13 varianti dolci e 11 salate. Vi consigliamo di assaggiare la Mendoza con crema mou o la Camargue a base di gorgonzola e noci. Uno dei classici piu' gettonati da Vaniglia e Cacao, (piazza XXIV Maggio 4, tel. 02. 89.40.47.48) e' la crepe alla nutella o alle mele. Chi ama il salato potra' bearsi con l' ortolana a base di ricotta e spinaci. Secondo le usanze normanne le crepes si sposano bene con il sidro (bevanda leggermente alcolica a base di succo fermentato di mele o pere). Come propone il Caffè Creperie Mont Saint Michel, via Crema 17, tel. 02.58.31.94.95. Il locale dall' atmosfera molto francese ha una lista con 20 tipi di crepe dolci e 12 salate molto creative. Menzione speciale alla crepe Indiana al curry e alla crepe "caprese" (quasi uno scioglilingua!). Gioca sulla quantità e sulla qualità anche L' Angelo Azzurro, Ripa di Porta Ticinese 11, (tel. 02.58.10.09.92) e propone ben 50 varianti, tra cui la crepe all' Amaretto di Saronno.

Ristoranti: pochi ma buoni Fino a qualche tempo fa stranamente nessuno aveva mai pensato di aprire ristoranti francesi a Milano. Per fortuna oggi questa lacuna e' stata colmata e anche a Milano si può mangiare francese. Cominciamo da Le Petit Prince, via Montegrappa 6, (tel. 02.29.01.14.39), il primo ristorante con una cucina tradizionale del territorio e ben 180 vini francesi sulla carta. Il menu' e' prelibato: terrine de fois gras, zuppa di cipolle, lumache alla bourguignonne e petto d' anatra al miele con gratin dauphinois. Il piatto vedette e' il "Plateau de fruits de mer" (una raffinata "compilation" cotta e cruda che prevede vari tipi di ostriche, lumaconi di mare, scampi, gamberi rosa ecc.). Tra i dessert: tarte Tatin (la squisita torta rovesciata alle mele), le flottante, e creme brulee, bien s - ur! Da Mistral, viale Montenero 34 (tel. 02.55.01.91.04) si respira un' aria più mediterranea e la cucina propone specialità provenzali e corse con un menu' ricco e creativo. Si gustano dai grandi classici come la Boullabaisse, una particolare zuppa di pesce, l' Aioli (baccala' con verdure bollite e aglio), la Daube alla provenzale (uno stufato di manzo). Ma si possono provare piatti inediti come le lumache con mandorle e menta e il coniglio con le acciughe. Vietato non assaggiare i dessert squisiti tra i quali la creme brulee al rosmarino e la marquise au chocolat. E chi non conoscesse ancora la raclette, tipica specialita' francese, oggi puo' gustarsela a La Raclette Brasserie, Alzaia Naviglio Grande 38, tel. 02. 89.40.13.16. Questo piatto da acquolina in bocca prende il nome dal formaggio e dal gesto di raschiare la parte fusa del formaggio. Cos' e' ? Una forma di formaggio raclette (simile alla fontina ma di sapore diverso) tagliata a meta' viene fatta scaldare su un fornelletto. Sotto vengono messe delle patate lesse e il formaggio caldo man mano cola sulle patate. Il tutto servito con cetriolini in agrodolce. Il risultato e' irresistibile. Altra specialita' del locale e' la "fondue" di formaggio alla valdostana. Ultimo nato e' Les Folies (via F. Ferruccio 22, tel. 02 - 34.28.50) un locale italiano con attitudini filo - francesi, arredato come una tipica piazzetta parigina. Accanto al menu' italiano c' e' una grande selezione di vini e formaggi francesi. Una curiosita' : i nomi delle pizze sono stati tutti ribattezzati in francese. Avete assaggiato la Tarte du Roi?

Per quanto riguarda baguette e croissant d.o.c. il discorso e' aperto. I francesi più esigenti sostengono che entrambi sono specialita' inimitabili per una questione di acqua diversa rispetto a quella in madrepatria. I francesi in preda a nostalgie improvvise frequentano gli ipermercati Carrefour di San Giuliano e di Gallarate dove sono sicuri di trovare sempre caldi di forno baguette e croissant d.o.c. assieme a un pane particolare fatto con farina integrale chiamato "Boule Bio" creazione esclusiva e gettonatissima della catena francese. Anche da Auchan (a Vimodrone) si respira aria di Francia: nell' ipermercato si trovano diverse qualita' di formaggi, di vini e liquori e ben 10 tipi di champagne, dalle 10 mila alle 150 mila lire! Senza dimenticare le acque minerali Evian e Perrier, vedette della tavola francese. Anche da Auchan ovviamente si sforna oltre a baguette e croissant anche il goloso "pains au chocolat" (provare!). In occasione dell' Epifania per la gioia di molti francesi si puo' trovare il tradizionale dolce Tarte du Roi (La torta del Re).

Il decor che fa la differenza Prossima tappa del nostro tour: la casa. I francesi, e' risaputo, sono conosciuti per il loro stile in fatto di maison e la loro spiccata attitudine all' "ambience". A Milano, specie negli ultimi anni, lo stile francese e' dilagato e sono parecchi gli indirizzi per regalare quel tocco di charme alla casa. Merita una visita ad esempio La Salle a' Manger, via Ponte Vetero 14 (tel. 02. 80.98.68), il bellissimo negozio con autentico "esprit" francese, dove trovare casalinghi ricercati, tessuti provenzali, piatti, porcellane di Limoges, bicchieri, candele e piccoli pezzi d' arredamento, per ricreare atmosfere shabby chic. C' e' sono il negozio di Genevieve Lethu (viale Piave 35, tel. 02.29.52.68.96), insegna conosciuta nel mondo per l' inconfondibile decor tipicamente francese per la cucina e la tavola. Vasellame, tovaglie, bicchieri e attrezzi da cucina.

Un altro indirizzo ricco di charme e' Point a' la ligne, via Manzoni 41 (t. 02 - 29.00.22.65) specializzato nella casa e nella tavola. Bellissime tovaglie in organza, piatti particolari, portacandele e bicchieri scenografici. Senza contare l' assortimento mozzafiato di candele classiche, in 36 differenti colori, e della collezione "fantasia" che varia sempre. Farsi belle come le parigine Una tappa obbligatoria che riserva sorprese: la beaute' .

Merita una visita la lussuosa
Boutique Guerlain (corso Magenta 5, tel. 02.86.70.00) dove poter respirare le fragranze della celebre maison de parfum. Solo qui si possono acquistare rari profumi del passato come Vol de Nuit, Liu, Apres l' Ondee, ma si puo' anche optare per un maquillage attualissimo. Poco distante troverete un altro storico negozio monomarca: Profumi Rance' (corso Magenta 15 / a telefono 02. 72.02.22.90) che dal 1795 produce colonie e saponi naturali. E sull' onda dei cosmetici a base di erbe ed ecologicamente corretti, da qualche anno a Milano e' arrivato anche Yves Roche' in corso Buenos Aires 25 (tel. 02.29.51.58.31)
marchio francese di successo che propone creme, cosmetici e profumi naturali a ottimi prezzi. A questo negozio (che e' anche Istituto di bellezza) se ne e' aggiunto un altro, in corso Vittorio Emanuele 13 (telefono 02. 76.01.16.67), dove si puo' curiosare liberamente tra confezioni colorate e linee alla frutta, alla vaniglia o ai fiori. A chi e' a caccia di novita' consigliamo una puntatina da Fiorucci al corner di Reminiscence, marchio famoso in Francia da 30 anni che propone profumi new - age, bigiotteria e accessori etnochic. Amate i bijoux francesi? Tra i piu' famosi ci sono quelli firmati Agatha (che ha un corrner alla Rinascente). Un altro marchio che piace molto alle francesi trendy e' Scooter: lo trovate nel nuovo multispazio Zap, corso Europa angolo Galleria Passerella. Chi invece e' in cerca di essenze rare puo' curiosare
da Profumo (Via Brera 6, tel. 02. 72.02.33.34) e fare la conoscenza dei profumi di Maitre Parfumeur et Gantier, delle candele Diptique in 30 diverse profumazioni e delle fragranze esotiche di Comptoir Sud Pacifique. E fare poi una capatina da Cale' Profumi (Via P. Verri 1, tel. 02.76.00.24.94)
dove respirare le prestigiose fragranze di Creed e le sofisticate candele profumate di Rigaud. Tanta Francia anche da L' Artisan Parfumeur (largo Treves, tel. 02.87.52.29 e via Francesco Sforza 3, tel. 02. 551.29.88)
due luoghi particolari in fatto di sofisticate fragranze per la persona e l' ambiente. Pazze per Eres e Ventilo Sarà sicuramente interessante anche una visita alla recente boutique Ventilo, via Manzoni 25, tel. 02.862.221, griffe francese con negozi in tutto il mondo ispirata all' Oriente. Troverete una collezione di abiti femminili, oggetti, candele e accessori dal fascino etnico. E poi la famosa linea di prodotti da bagno Cote' Bastide (essenze, sali, olii) che manda in visibilio le parigine.

E restando nei pressi del famoso quadrilatero della moda sono tante le insegne note: Chanel, Louis Vuitton, Christian Lacroix, Yves Saint Laurent, Ungaro, Celine ed Hermes che presto riaprira' interamente rinnovato. Un' altra insegna storica e' la Boutique Cacharel (corso Vittorio Emanuele, telefono 02.78.42.11) che ha creato ormai uno stile preciso per la moda per donna, uomo, bambino e neonato. Esiste un altro piccolo negozio Cacharel specializzato in camicie, in via Paolo Sarpi 19, tel. 02.33.19.336. Negli ultimi anni si e' imposto nel mondo lo stile giovane e divertente di Kookai, gettonatissimo dalle ragazzine di tutte le età (corso di Porta Ticinese 60, tel. 02.837.60.07). E come non citare Naf Naf, l' etichetta a diffusione mondiale che propone look differenziati dal casual al trendy, distribuita a Milano in diversi punti vendita tra cui Pica Donna (piazza Duomo 4). Parlando di costumi da bagno la marca francese di culto e' Eres da anni nel cuore delle redattrici di moda e delle signore "a' la page". Lussuosi bikini e interi in tanti modelli semplici e raffinati che potete trovare in varie boutique milanesi tra cui Valentina, via Manzoni 44, tel. 02 - 796.028; Chicche di Calze, corso Magenta 27, tel. 02 -86.45.02.55, La Bottega dell' intimo, via Solferino 18, telefono 02. 29.00.00.91. E le scarpe? Anche se la maggior parte sono disegnate in Francia e prodotte in Italia, esistono alcune grandi firme francesi che con le loro creazioni chic e modernissime, fanno impazzire il popolo modaiolo. Robert Clergerie, Stephan Kelian, Philippe Model, Michel Perry, Free Lance sono loro gli stilisti - culto di "chaussures d' avantgarde" che a Milano si possono trovare da La vetrina di Beryl (via Statuto 4 tel. 02.65.42.78) da Vierre (via Montenapoleone 27 tel. 02.76.00.17.31) e da Le Solferine (piazza San Marco 1, tel. 02. 655.53.52). Attenzione: il negozio che si affaccia in via Solferino ha due chicche - novita' francesi: una nuova collezione d' abbigliamento in versione adulti della famosa Casa di moda baby "Petit Bateau" e la nuova collezione scarpe di Yves Saint Laurent. Libri & C. E dai piedi arriviamo alla testa ovvero alla cultura. Punto di riferimento e' naturalmente il Centro Culturale Francese, corso Magenta 63, telefono 02.485.91.91 a vostra disposizione su mille argomenti e iniziative dedicate alla Francia (vedi box). I libri in edizione francese editi da nomi prestigiosi come Gallimard a Flammarion si trovano o si ordinano alla Libreria francese di via San Pietro all' Orto 10 (telefono 02. 76.00.17.67) ma anche nelle grandi librerie come Hoepli, Messaggerie, Feltrinelli, Mondadori, ecc.. Per gli amanti dell' arte c' e' anche l' Espace Culturel Paribas (piazza San Fedele 2, tel. 02.72.47.20.21) dedicato alle splendide pubblicazioni d' arte edite da Paribas che sono a disposizione di tutti per vendita o per semplice consultazione. Periodicamente lo spazio organizza anche piccole mostre.

Oui, je suis le Centre Culturel... Se volete approfondire la conoscenza della Francia in tutti i suoi aspetti, l' indirizzo giusto e' corso Magenta 63, sede del Centro Culturale Francese. Il centro, attivo a Milano dal 1952, dipende dal Servizio Culturale dell' Ambasciata di Roma ed e' un' emanazione del ministero degli Affari esteri francese. Ecco una sintesi di servizi e iniziative: * programmazioni trimestrali di manifestazioni culturali (concerti, balletti, congressi, conferenze, ecc.) * proiezione di film in lingua originale presso il Centro * corsi di francese a tutti i livelli (da quelli per bambini a quelli per top manager) * mediateca a disposizione del pubblico (biblioteca con 15 mila volumi, dischi, Cd, videocassette, settore multimediale, ecc.). Consultazione libera ma prestito riservato agli abbonati * Centro di documentazione e dossier che riguardano l' attualita' francese in tutti i campi * Servizio informazioni per chi vuole studiare in Francia * Sede per le pre - iscrizioni alle universita' francesi (attenzione, sottolineano al Centro, le pre - iscrizioni vanno fatte un un anno prima!) * Servizio informazioni generale. L' abbonamento annuale al centro costa 75 mila lire e 50 mila lire per gli studenti. Centro Culturale Francese Corso Magenta 63, tel. 02 / 485.91.91 e io il centro informazioni Ha recentemente festeggiato i 20 anni di attività "Milan Accueil", l' associazione senza fini di lucro, con molte sedi nel mondo, che accoglie francesi e francofoni aiutandoli ad adattarsi alla vita in un Paese straniero. Sessanta volontari sono pronti a dare una mano per risolvere problemi pratici e organizzare incontri, attività culturali, sportive per i connazionali, ma in realta' aperte a tutti. Da 20 anni questa associazione facilita a francesi e francofoni le varie formalita' amministrative, trova alloggi e sostiene persone in difficolta' attraverso azioni benefiche. L' organizzazione, che funziona a meraviglia, ha anche un giornale bimensile,"Tam Tam". Desiderate saperne di piu' ? Milan Accueil, via Monte Bianco 38, telefono 02.43.98.12.03, fax 02.43.98.83.34.

Dupont, Lalique, Christofle: il lusso che scintilla Ci sono marchi storici che sono diventati ormai dei "grandi classici", sinonimo di raffinata tradizione e di grande prestigio. Uno di questi e' senza dubbio Christofle. Al Pavillon Christofle, corso Venezia 6 (tel. 02 / 781948), troverete servizi di posate, piatti, bicchieri e vasellame per la tavola importante. Ma anche oggetti di riproduzione dei vecchi modelli del museo Christofle di Parigi. Tra i pezzi piu' gettonati c' e' la coppetta porta caramelle "Libellule", a partire da 177 mila lire. Per gli appassionati del lusso a tavola ci sono i bicchieri in cristallo: i servizi da 36 pezzi partono da 2.500.000 lire. In occasione del Salone del mobile sara' esposto in piazza San Babila il "Pyramidion Christofle" una mega - piramide in argento cesellato, alta sei metri, creata da Roger Tallon per celebrare il nuovo millennio. E se foste folgorati da questa scultura suggestiva, al Pavillon Christofle sono in vendita alcune versioni di misure ridotte. Per chi ama i bagliori dei cristalli e' d' obbligo una visita alla boutique Lalique, corso Matteotti 3 (tel. 02 / 76.00.69.52), dove a sorpresa si scopre che questo storico marchio francese si e' trasformato in un universo di articoli "tres chic": bicchieri, servizi in porcellana, arredamento, gioielli, pelletteria e persino profumi firmati Lalique... I prezzi variano da 95 mila per un bijoux irresistibile fino ai 150 milioni di un lampadario principesco! Un altro nome simbolo dello stile francese e' Dupont, via Spiga 3 (tel. 02 / 78.02.15), che circa due anni fa ha aperto l' unico negozio monomarca in Italia. Un centinaio di modelli di accendini che variano di anno in anno, di tutte le dimensioni e per tutte le tasche. Molto gettonati i modelli Palladio e Picasso. Attesissimo il nuovo accendino Urban previsto per la primavera. Se siete fan delle penne, siete nel posto giusto. Date un' occhiata alla collezione di penne irresistibili. Ma Dupont oggi propone anche la pelletteria e una nuova linea di abbigliamento maschile

La Comedie in tazza o il portachiavi di Marivaux? Si l' amour est une comedie, cette comedie, vieille comme le monde, est immortellemnt jeune", dice il conte da una tazzina. "Monsieur, voila' de la poesie", le risponde la marchesa dall' altra. Questo frizzante t - ete - a' t - ete con un dialogo tratto da un' opera di de Musset non e' che uno degli innumerevoli oggetti "alla francese" che si possono trovare da Art Bazar, dove si vendono oggetti provenienti da "museum shop" di tutto il mondo. Nel suo negozio, Patrizia Zannoni Ciocca ha creato, infatti, un vero e proprio spaccato di arte e storia transalpina. Ecco cosi' dedicati alla Comedie Frannaise oltre al set di tazzine (67 mila lire) i vasi ispirati alle Nozze di Figaro (52 - 58 mila) o i calici da vino con frasi sul tema del bere (53 mila). Divertenti i due portachiavi "Maison a' la Ville" color argento e "Maison a' la Campagne", color oro (frasi tratte da un' opera di Marivaux, 92 mila lire) e i fiammiferi racchiusi in scatoline con personaggi in costume settecentesco o con la frase "Theodor cherche des allumettes" (4.500 lire). Chi ama i preziosi potra' trovare la bigiotteria della gioielleria Stern tratta da disegni conservati nel Museo delle Arti Decorative di Parigi, fra cui una collana, fedele riproduzione di quella indossata da Maria Antonietta in ritratto del XVIII (118 mila). Fra i gioielli proposti nel negozio anche gli orecchini tratti da un quadro di Gustave Moreau (67 mila) e quelli che indossa la "Giovin Signora con Veletta" di Renoir (88 mila) conservata al Museo d' Orsay. Di questo Museo e' disponibile anche la visita guidata in videocassetta (38 mila lire). Tovaglioli di carta con riproduzioni di particolari di arazzi del ' 400 ci portano invece a scoprire i tesori del Museo Medioevale di Cluny e gli stessi motivi si ritrovano su bloc - notes, rubriche, album da disegno (dalle 6 alle 18 mila lire) e orologi (60 mila lire). Non poteva poi mancare il Louvre: per esplorarne le innumerevoli sale c' e' una videocassetta, un cd rom (115 mila), ma anche un gioco dell' oca per far conoscere ai piu' piccoli le opere che vi sono custodite. Per i piu' piccini ancora due giocattoli ispirati alle sculture di Frannois Pompon, allievo di Rodin: la lepre di legno da trainare e il primo puzzle con gli orsi bianchi. Perche' con l' arte si puo' anche giocare. l.t. Art Bazar, via Fiori Chiari 12, tel. 02 - 72.00.15.19, da martedi' a sabato dalle 11 alle 19.

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